Brandolino Brandolini, conte, deputato, eroe di guerra.

Brandolino Brandolini d’Adda: un deputo, eroe per determinazione, non per caso

Di Michele Fiaschi*

 

*Autore, giornalista, podcaster, divulgatore storico.

(“Impavidum Ferient. Brandolino Brandolini d’Adda storia di un deputato eroe della Grande guerra”, ed  Notiziaio Araldico, Varese, 2018)

 

Celebriamo l’esempio di un uomo, e la coerenza che ha dato forma a tutta la sua vita. Celebriamo, un modo di intendere la politica, il dovere, la responsabilità.

Parleremo di Brandolino, Carlo, Giovanni, Sigismondo Brandolini d’Adda, appellato in famiglia Brando. Un uomo che visse ogni ruolo,  amministratore, parlamentare, Militare, con una coerenza che ancora oggi sorprende e ispira.

La sua vita non è una somma di episodi, ma una linea unica e limpida che parte da Cordignano, dove nasce nel 1878, in una famiglia in cui il senso delle istituzioni era naturale quanto il respiro: il padre Annibale, senatore; la madre Leopolda d’Adda, erede della rigorosa tradizione civile lombarda della famiglia d’Adda.

In questo ambiente Brandolino impara presto che la nobiltà è un comportamento, il privilegio un dovere, la vita pubblica un servizio.

Studia con brillantezza, si diploma al Marco Polo a Venezia, si laurea in Giurisprudenza a Padova, ma resta sempre concreto, capace di trasformare lo studio in azione.

E infatti, a nemmeno venticinque anni, nel 1902, è già sindaco di Cison di Valmarino.

Non si accontenta di amministrare: vuole migliorare, vuole costruire, vuole dare forma a un territorio che ama. Dal 1905 è consigliere provinciale a Treviso. Nel 1913 entra in Parlamento, rappresentando il collegio di Vittorio.

E lì, tra i banchi della Camera, rivela la sua vera natura: quella di un politico serio, concreto, lungimirante, capace di ascoltare, di osservare, di intervenire solo quando serve, ma quando interviene lo fa con lucidità e visione.

 Le sue interpellanze non sono formalità: sono atti di cura. Quando nel 1914 sollecita la ferrovia Vittorio–Ponte delle Alpi, Brandolino non parla di un’opera locale. Ricorda che la Conegliano–Vittorio è da anni ritenuta necessaria per motivi commerciali e militari, sostenuta da un Comitato che rappresenta tutto il Veneto.

Sottolinea che quella linea avvicinerebbe Cadore e Venezia, creando un asse diretto tra pianura e montagne. Eppure, nonostante studi e revisioni, tutto è fermo.

A questo aggiunge un’urgenza concreta: a Vittorio molti operai della società idroelettrica rischiano il licenziamento. L’avvio dei cantieri offrirebbe lavoro immediato, evitando una crisi sociale.

In realtà, parla del futuro: di un Veneto che collega pianura e Alpi, che cresce, si apre, si muove; di una comunità che non abbandona i suoi lavoratori.

E quando nel 1914, in Aula per ribadire la necessità dell’opera, lo fa con una franchezza che oggi colpisce ancora. Dice: «Di buone parole ne abbiamo già avute molte. Attendo che alle intenzioni susseguano atti pratici.» 

È la voce di un politico che non si accontenta, che non si lascia sedurre dalle promesse, che pretende serietà. Lo stesso accade quando difende la gelsicoltura, chiedendo la diffusione obbligatoria della Prospaltella, il rimedio che stava salvando intere produzioni.

Non è un dettaglio tecnico: è attenzione alla vita concreta delle famiglie, alla terra, al lavoro che sosteneva intere comunità.

È attenzione alla coltivazione del baco da seta, un’economia delicata e preziosa che per decenni aveva garantito reddito a molte famiglie della Marca Trevigiana.

E quando denuncia le condizioni “deplorevoli” dell’ufficio postale di Vittorio, non sta parlando di un edificio: sta parlando della dignità dei servizi pubblici, della modernità che passa anche da lì.

Brandolino non è un aristocratico distante: è un amministratore che conosce la sua gente, porta in Parlamento le loro preoccupazioni e non separa mai la parola dall’azione.

Quando scoppia la guerra, è dispensato dalla leva - anzi, lo è due volte - e nessuno gli chiede di partire. Eppure si presenta volontario, perché per lui la politica è un impegno morale: non può chiedere sacrifici senza essere disposto a compierli.

 Ma c’è un punto decisivo: Brandolino non vede la guerra come odio verso altri popoli. Parte non per combattere contro qualcuno, ma per completare qualcosa.

Per lui la guerra è il compimento del disegno unitario dell’Italia, l’ultimo tratto di un cammino risorgimentale ancora incompiuto.

E con la stessa serietà con cui aveva difeso ferrovia, gelsicoltura e servizi pubblici, indossa la divisa, scegliendo arruolarsi come atto di coerenza e responsabilità.

Da un lato, risultava matricola 20346 della classe di leva 1878 del distretto di Vittorio, dispensato dalle chiamate alle armi per il suo incarico di vice direttore di unità ospedaliere dell’Associazione dei Cavalieri Italiani del Sovrano Militare Ordine di Malta, ruolo che corrispondeva al grado di capitano.

Dall’altro, era deputato del Regno d’Italia.

E i deputati, erano automaticamente esentati dal servizio militare attivo: la loro funzione parlamentare era considerata un servizio alla nazione altrettanto necessario. Nessuno, dunque, avrebbe potuto pretendere da lui la partenza per il fronte. Nessuno avrebbe potuto accusarlo di sottrarsi al dovere.

Eppure, quando l’Italia entrò in guerra, Brandolino fece ciò che solo gli uomini coerenti sanno fare:

rinunciò a ogni esenzione, a ogni tutela, a ogni privilegio.

Uscì dal Corpo del Sovrano Militare Ordine di Malta, lasciò il ruolo che lo avrebbe tenuto al riparo, e si presentò spontaneamente per arruolarsi nell’Esercito, con un grado inferiore.

Fu inquadrato come sottotenente a Mantova, nella 6ª Compagnia del Corpo Nazionale Volontari Automobilisti, un reparto composto da uomini che avevano scelto la guerra, mettendo a disposizione anche la propria autovettura.

Non fu una scelta casuale: in quell’ambiente operava un gruppo vivace di intellettuali interventisti e artisti del Futurismo, protagonisti di quel fervore civile che animò l’interventismo culturale italiano.

 Nel dibattito, alla Camera del 10 dicembre 1915 lo scontro esplode quando l’onorevole Dugoni accusa Brandolino di parlare “a vanvera” e lo definisce un “imboscato”.

Brandolino chiede la parola e replica con fermezza: ricorda la sua esperienza in trincea e dice che il Dugoni non si è mai mosso da Mantova, rievoca l’episodio dei “due schiaffi” denunciati dal  Dugoni, scatenando l’applauso dell’Aula.

Dugoni tenta di reagire, ma viene richiamato; Brandolino resta saldo, senza alzare i toni, difendendo con dignità il proprio onore e la propria credibilità.

In poche battute mostra chi è: un uomo che non teme il confronto, che non accetta ingiurie, che risponde con fatti e coraggio, un parlamentare capace di tenere il punto senza perdere la misura e di tutelare il suo onore.

 Alla fine del 1915, il Corpo fu sciolto e lui volle continuare nel 209° Reggimento di fanteria, nella neoformata Brigata Bisagno, inquadrata nella 27ª Divisione.

Un reparto giovane, chiamato a sostenere alcuni dei momenti più drammatici della Strafexpedition sull’Altopiano di Asiago.

Brandolino fu un ufficiale tra i suoi uomini. Un comandante che non si nascondeva dietro il grado, ma che stava dove stava il pericolo. E lì, tra le montagne dell’Altopiano di Asiago, mostra ciò che è davvero: un uomo che non arretra, un uomo che si espone

Brandolino sapeva che le opere d’arte andavano protette. Così, mentre era a Velo d’Astico a metà giugno, mise al sicuro dipinti e grandi raffigurazioni della chiesa parrocchiale e della Pieve di San Giorgio.

Un gesto semplice e decisivo: la patria non è solo un territorio da difendere, ma un’eredità da custodire.

All’alba del 26 giugno 1916, presso le macerie del ponte sul torrente Posina, aiuta il generale Di Giorgio a far ripiegare reparti sotto il fuoco nemico.

È nel punto più pericoloso, perché è lì che serve essere. Un colpo di artiglieria lo ferisce gravemente.

Morirà due giorni dopo, il 28 giugno, alle sette e 30 del mattino.

Presso l’Ospedaletto da Campo n. 8, della 1ª Compagnia Sanità Torino, situato a Santorso, dove fu operato il 27 giugno, dove spirò, assistito dalla madre e dalla sorella.

Aveva trentotto anni.

Il suo corpo sarà avvolto nel tricolore, come disposto dalle sue ultime volontà e sepolto in loco.

E qui, entra in scena la voce della memoria. La voce di chi lo ha conosciuto davvero.

 

Nella seduta della Camera del 28 giugno 1916, la tragica notizia della morte di Brandolino giunse improvvisa e lacerante. Su proposta dell’onorevole Romeo Gallenga Stuart, il suo scranno fu immediatamente velato dal tricolore, come si usa per gli uomini caduti nell’adempimento del dovere.

Quel drappo, steso con un gesto lento e rispettoso, trasformò il suo posto in un altare civile.

Pochi giorni dopo, per volontà plenaria, il suo nome venne segnato in oro, affinché la sua presenza – e il suo sacrificio – restassero scolpiti per sempre nella memoria dell’Assemblea.

Dalle parole degli onorevoli Marcello e Borromeo emerge un ritratto limpido di Brandolini, scolpito nella memoria collettiva.

Marcello lo ricorda con una commozione profonda: un’amicizia nata nell’infanzia, un uomo che non cercava onori ma coerenza, capace di anticipare gli eventi e di vivere la guerra come un dovere morale, non come impulso bellicoso. Era un carattere che non voleva restare spettatore, ma misurarsi con il proprio tempo, accompagnando con i fatti le aspirazioni del cuore. La sua morte lascia in Marcello il silenzio di chi perde un fratello d’anima.

Borromeo aggiunge la sobrietà del dolore familiare. Ricorda che Brandolini partì volontario pur senza obblighi, e quando il corpo dei volontari fu sciolto scelse di restare al fronte, senza cercare protezioni. Fu un eroe per determinazione, non per caso: affrontò gli eventi, non li subì. La sua morte sul campo dell’onore appare così come il compimento naturale di una vita vissuta con rettitudine, ardore e senso del dovere.

Brandolino Brandolini d’Adda è l’unico dei 509 deputati del Regno d’Italia a cadere in guerra.

Un primato tragico e luminoso. Un segno di quanto profondamente credesse nella responsabilità pubblica. La motivazione della Medaglia d’argento al Valor Militare lo definisce così:

«Fu costante, mirabile esempio di ardimento e di sprezzo del pericolo… finché cadde colpito a morte.»

 

Nel 1921, mentre l’Italia si preparava a uno dei suoi riti più alti e più dolorosi, la scelta del Milite Ignoto,  il Paese intero viveva un clima di raccoglimento nazionale.

Il 28 ottobre, ad Aquileia, alle ore undici del mattino, si svolse la cerimonia di scelta della salma destinata a rappresentare tutti i caduti senza nome della Grande Guerra.

Attorno al feretro prescelto si raccolsero autorità civili e militari, reduci, madri, vedove, e anche i rappresentanti del Parlamento, chiamati a testimoniare che la Nazione, nel suo insieme, si inchinava davanti al sacrificio dei suoi figli.

 Tra i membri del Parlamento che accompagnarono il feretro verso Roma vi era il conte Girolamo Brandolini, senatore e fratello di Brandolino.

La sua presenza univa in un solo gesto il lutto della famiglia e quello della Nazione.

Girolamo accettò l’incarico con senso del dovere, ma non poté poi partecipare al viaggio del 29 ottobre.

In quei giorni, infatti, era impegnato in un compito altrettanto sacro: il trasporto della salma del fratello Brandolino, affinché potesse tornare nella sua amata terra.

Lo comunicò con un telegramma inviato alla Presidenza del Senato da Pieve di Soligo il 19 ottobre, un messaggio che ancora oggi colpisce per la sua compostezza e per la sua umanità:

«Ricevuto avviso missione Aquileia, funzione Soldato Ignoto alla quale parteciperò. Avverto che mi è impossibile accompagnare salma Roma 29 – avendo costì trasporto salma mio povero fratello, Senatore Brandolin.» Costì è una locuzione arcaica per indicare li, qui.

In quelle poche righe, asciutte e dignitose, si coglie tutta la profondità di un momento storico: un uomo diviso tra il dovere verso la Nazione e quello verso il fratello; un fratello che riporta a casa il corpo di Brandolino mentre l’Italia si prepara a onorare il Milite Ignoto, il caduto senza nome che rappresenta tutti.

È un episodio che illumina ancora una volta la figura di Brandolino: il suo sacrificio non fu solo un fatto militare, ma un dolore che attraversò il Parlamento, la famiglia, la sua terra.

E il gesto di Girolamo Brandolini restituisce una dimensione profondamente umana alla memoria di un uomo che aveva dato tutto, senza chiedere nulla.

 Oggi Brandolino riposa nella cappella di famiglia, a Castelbrando. Mentre a Velo d’Astico vicino al luogo dove cadde, un cippo lo ricorda dal 1927. A Vittorio Veneto, una lapide custodisce il suo ricordo in municipio.

Ma la sua vera memoria non è nel marmo. È nel gesto. Nella scelta. Nella coerenza.

Brandolino non è soltanto un eroe del passato: è un esempio per il presente!

È un monito contro la guerra, ricorda che la pace non è scontata, ma un impegno quotidiano, un dovere civile per ciascuno di noi.

È soprattutto un appello alla coerenza morale: vivere ciò che si proclama, assumere il peso delle proprie convinzioni, servire il bene collettivo fino all’estremo, fino a quel gesto in cui il singolo si offre per la comunità, fondamento antico dell’essere militare e dello Stato stesso.

Questo messaggio resta vivo per noi e per le generazioni future:

È un richiamo che parla a tutti, oggi come allora, e che ci esorta a scegliere responsabilità, misura e dignità ogni volta che la storia ci mette alla prova.

  (conferenza di venerdì 26 a Cison di Valmarino)




conferenze a Cison di Valmario e a Velo d'Astico