LA GRANDE GUERRA 1916 - 2026 - conferenza del Presidente Stucchi

VERONA – Circolo unificato dell’esercito

 

Memoria, Dottrina e Progresso Tecnologico: la Grande Guerra al Circolo Unificato di Verona

 

Nella prestigiosa cornice del Circolo Unificato dell’Esercito, si è tenuto un importante momento di riflessione storica e cultura militare. In occasione del 110° anniversario del secondo anno del primo conflitto mondiale, la Delegazione INGORTP e l'Associazione Nazionale dei Fanti (ANF) hanno promosso la conferenza “La Grande Guerra: 1916-2026”, impreziosita dalla lectio magistralis del Presidente Nazionale ANF, Prof. Gianni Stucchi.

A fare gli onori di casa e a coordinare i lavori sono stati i rappresentanti locali …………….. e Sonia Perezzani dell'Istituto Nazionale per le Guardie d'Onore alle Reali Tombe del Pantheon, alla presenza di autorità militari, associazioni d'arma e studiosi di storia patria.

 

Una storia di dettagli, oltre la retorica monumentale

 

L’intervento del Prof. Stucchi si è distinto fin dalle prime battute per un approccio storiografico non convenzionale, orientato a superare la retorica della "storia mineralizzata".

«Non farò un intervento con dati, storie, personaggi resi monumenti solo perché si trovavano in una posizione dominante ed elevati sui piedistalli dagli eserciti» – ha esordito il Presidente ANF. «Mi sono concentrato sul dettaglio, rinunciando alla grande Storia per tracciare un percorso dettagliato sul 1916, escludendo la genesi e gli epiloghi del conflitto. Ragionare su questi eventi significa imparare, renderli attuali, fare memoria partecipando con l’intelletto e, soprattutto, fare ricordo, portarli al cuore. Anche i soldati di allora ci misero il cuore, i Fanti portarono sé stessi».

Il focus si è quindi spostato sul valore antropologico e sociale della mobilitazione. Per tre anni e mezzo, la Grande Guerra fu una drammatica fucina identitaria: il primo, tragico evento in cui gli italiani provenienti da ogni regione si riconobbero come cittadini di uno stesso Stato.

 

Il Fante: la spina dorsale della mobilitazione nazionale

 

Prima dell'introduzione delle specializzazioni successive, la figura cardine era il Fante: un soldato generico, adattabile, chiamato a operare in un contesto di impreparazione logistica cronica. Il Prof. Stucchi ha tracciato una linea di continuità ideale che parte dal Risorgimento e giunge al primo conflitto mondiale, considerabile a tutti gli effetti come la Quarta Guerra d’Indipendenza. Un ingresso, quello dell'Italia nel 1915, caratterizzato da forti tensioni politiche: il Governo Salandra, sostenuto dalla Corona e dalle piazze interventiste, scavalcò di fatto un Parlamento non del tutto convinto, ricorrendo a escamotage istituzionali in deroga allo Statuto Albertino.

La macchina militare dovette mobilitare l'intera nazione partendo da zero. Mancavano cibo, vestiario e divise operative, al punto che lo Stato giunse a indennizzare i richiamati che portavano con sé i propri indumenti di lana. Per milioni di cittadini, in gran parte illetterati legati alla terra o alla fabbrica, il teatro di guerra divenne la nuova caserma. Tra le trincee si sviluppò un legame profondo e fiduciario con i giovani ufficiali subalterni – i tenenti –, unici intermediari in grado di leggere e scrivere le lettere da e per le famiglie.

 

Il fronte italo-austriaco e la dottrina d'impiego del 1916

 

Sul piano dottrinale, la strategia iniziale si rivelò drammaticamente statica, basata sul concetto dell'attacco frontale e della linearità geometrica imposta dal Generale Luigi Cadorna: massiccio fuoco di sbarramento dell'artiglieria per scardinare i reticolati e assalto appurato della Fanteria a piedi al grido di "Avanti Savoia!". Una dinamica di logoramento comune a tutti i fronti europei, dove posizioni sanguinosamente conquistate venivano perse e contrattaccate il giorno successivo.

 

Il 1916 rappresentò l'anno di svolta e di massimo sacrificio su due fronti principali:

 

  • La difesa degli Altipiani e l'arresto della Strafexpedition: La drammatica avanzata austro-ungarica verso la pianura veneta nella primavera del 1916 fu arginata grazie a una strenua difesa di reparto. La Brigata "Sassari" – unica unità a base rigorosamente regionale, addestratasi anche a Verona e coesa grazie all'uso della lingua sarda – fece da baluardo sull'Altopiano di Asiago; la Brigata "Liguria" si sacrificò sul Monte Zovetto; le Brigate "Volturno" e "Milano" tennero il Pasubio, mentre i Granatieri di Sardegna sbarrarono la Val d'Astico e il Monte Cengio.

 

  • La conquista di Gorizia: L'esaurimento dell'offensiva austriaca a fine giugno permise il fulmineo ridislocamento delle forze verso il Carso. Tra le pietraie e gli attacchi con i gas tossici, l'avanzata portò alla conquista di Gorizia nell'agosto 1916. L'operazione richiese l'eccellenza tecnica del neonato Genio Pontieri, fondamentale per gittare ponti su barconi e superare l'Isonzo. Tra gli episodi più celebri dell'ingresso in città, Stucchi ha ricordato l'azione del Sottotenente Aurelio Baruzzi che, alla guida di soli quattro uomini, espugnò un sottopasso ferroviario spingendo alla resa ben 200 austro-ungarici per poi issare il primo tricolore sulla stazione, meritando la Medaglia d'Oro al Valor Militare dal Duca d'Aosta.

 

                                               [1916: I DUE TEATRI CHIAVE]

                                                                                  

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[ FRONTE DEGLI ALTIPIANI ]                                                      [ FRONTE DELL'ISONZO ]

Arresto della Strafexpedition                                                            Offensiva d'agosto e Genio Pontieri

Brigate: Sassari, Liguria, Volturno,                                                  Presa di Gorizia (Medaglia d'Oro

Milano, Granatieri di Sardegna.                                                        al Sottotenente Baruzzi)

 

 

La "Guerra Bianca" e l'insidia della natura

 

Il relatore ha poi spostato l'analisi sulla "Guerra Bianca", combattuta ad altitudini estreme sulle vette di Ortles, Adamello, Marmolada e Dolomiti. In questo scenario, la natura si rivelò un nemico spietato quanto le armi umane.

Tra le minacce più letali vi furono i fulmini: attratti fatalmente dalle linee telegrafiche, dalle armi e dai reticolati, causavano frequenti inneschi precoci dei depositi di dinamite. Le caverne scavate nella roccia non offrivano protezione; la scarica elettrica si propagava attraverso le pareti umide e le vene d'acqua, folgorando i soldati all'interno o provocando il distacco di pesanti blocchi di pietra.

Fu proprio in questo contesto di isolamento e sofferenza condivisa che nacque lo spirito di corpo che diede vita alle moderne Associazioni d’Arma: la prima fu l’Associazione Nazionale Alpini (ANA) nel 1919, seguita l'anno successivo dall'Associazione Nazionale del Fante, entrambe fondate a Milano per perpetuare i legami nati in trincea.

 

Il laboratorio tecnologico del conflitto industriale

 

La Grande Guerra si configurò come il primo vero conflitto industriale della storia, un drammatico laboratorio di sperimentazione tecnologica. Accanto alle mitragliatrici pesanti, ai lanciafiamme e alle armi chimiche, emersero nuove dimensioni operative con l'impiego di aerei da caccia, di navi e sottomarini.

In campo navale, l'ingegno italiano si impose con i MAS (Motoscafi Armati Siluranti): unità leggere, veloci e in legno, capaci di ridefinire gli equilibri dell'Adriatico. L'impresa più clamorosa fu firmata dal Comandante Luigi Rizzo, che a bordo di un MAS affondò la gigantesca corazzata austro-ungarica Santo Stefano.

 

Il passaggio del testimone: l'intervento del Generale Bruno

 

A conclusione della conferenza, ha preso la parola il Generale di Corpo d'Armata Francesco Bruno, il quale ha attualizzato i temi del dibattito legandoli al servizio contemporaneo:

«Trentanove anni fa ho prestato giuramento di fedeltà alla Patria, seguendo l’esempio dei miei avi; siamo otto generazioni che servono l’Italia. Gli uomini e le donne che espletano ancora oggi questo servizio credono fermamente nei valori di fedeltà alla Patria, alla Costituzione e alle leggi della Repubblica».

Il Gen. Bruno ha infine lanciato un preciso appello istituzionale: la necessità che le Associazioni d'Arma tornino attivamente nelle scuole per fare memoria e tramandare le radici della nostra identità nazionale. «Diffondiamo nella società i valori dell’italianità», ha concluso l'alto ufficiale, «perché siamo una grande nazione che ha dato tanto al mondo, e abbiamo il dovere custodire questa immensa eredità storica e valoriale. E questa grande nazione, come quella greca, è stata un po’ dimenticata».



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a cura del vicepresidente nazionale Danieli Giuliano